June 4, 2014 | Moked

BOOK REVIEW: Un problema reale, un libro debole

Non è cosa da poco accusare degli ebrei d’esser complici degli antisemiti, ancorché con prove alla mano. Se Giulio Meotti in “Ebrei contro Israele” avesse rafforzato l’impalcatura analitica della sua tesi, invece che concentrarsi sull’invettiva, avrebbe utilmente rafforzato la credibilità delle sue asserzioni. Le lacune del suo atto d’accusa offrono un pretesto ai suoi detrattori per ignorarne la sostanza, concentrandosi sul vizio di forma e sulle mancanze procedurali, che sono palesi. Le documentate leggerezze deontologiche del personaggio non aiutano, naturalmente.

Ma a prescindere dalla forma, il tema dell’ebreo odiatore di sé stesso è attuale e meritevole di studio, oltre che ovviamente imbarazzante per alcuni dei critici di Meotti. I temi affrontati nel suo lavoro sono legittimi e meritano un dibattito, non reazioni scomposte e vituperio.
La letteratura è parca in materia ma il fenomeno ha radici antiche. Ne scrisse per primo Camillo Berneri, un anarchico discepolo di Gaetano Salvemini, che dal suo temporaneo esilio parigino scrisse il brillante Le Juif Antisemite nel 1935 (tradotto e ristampato da Carucci editore nel 1984). Il libro soffre del fatto che Berneri, a Parigi, dovette scrivere molto a memoria, a causa della sua vita da fuggiasco. Ma merita ancora attenzione, per le brillanti intuizioni e il disprezzo profondo per chiunque, ebreo o meno, presti il fianco al pregiudizio antiebraico.

Nel 1986, il sociologo americano Sander Gilman pubblicó Jewish Self-Hatred, cui hanno fatto seguito numerose recensioni e discussioni. Gilman approfondisce le componenti culturali e psicologiche dell’odio di sé stessi tra gli ebrei, senza per altro toccare Israele.
Negli ultimi anni poi, con il risvegliarsi dell’antisemitismo in Europa, il tema si è riproposto in maniera più polemica, generando infine una letteratura robusta. Scusandomi per l’autoreferenzialità, rimando il lettore al mio Autodafé: Ebrei, Europa e Antisemitismo (Lindau, 2007) e, più di recente, agli studi di Elhanan Yakira sul post-sionismo e di Alvin Rosenfeld sull’ebraismo progressista. Questi studi trovano certamente dei limiti nell’attualità e nell’emotività del fenomeno che mirano a mettere in luce – quello di ebrei la cui identità ebraica si esprime esclusivamente nella condanna pubblica dello Stato d’Israele. Ma se la difficoltà di tale sforzo impone agli autori, Meotti, compreso, l’obbligo di essere cauti nei giudizi e onesti nell’uso delle fonti, esso non impedisce loro di riuscire nel tentativo di produrre un’analisi scientificamente rigorosa; né giustifica chi vorrebbe mettere a tacere l’argomento.
E il dibattito ci vorrebbe eccome. Lo ha ribadito anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel 2007, quando denunciò l’antisemitismo ‘travestito’ da antisionismo. L’emergenza antisemitismo non è finita in Europa. Ed esiste un consenso tra persone ragionevoli sul fatto che fenomeni quali il boicottaggio e la demonizzazione di Israele, l’uso di cliché antisemiti per descrivere Israele e i suoi sostenitori, e il negazionismo e la banalizzazione dell’Olocausto ne siano un’espressione.

Non si capisce dunque perchè, se ad appropriarsi di queste aberrazioni sono degli ebrei che ne fanno ricorso per denunciare Israele, non li si possa chiamare antisemiti. Se un ebreo nega l’Olocausto, si merita lo sconto solo perchè a motivarlo sono i diritti dei Palestinesi o la religione dei suoi genitori?
Se sono degli ebrei a sostenere che centinaia di morti a Sabra e Chatila, sono equivalenti ai sei milioni dell’Olocausto, si meritano lo sconto rispetto agli storici negazionisti, o sono anche loro antisemiti? Se è antisemitismo banalizzare l’Olocausto sminuendone le dimensioni, perchè non è antisemitismo l’equivalente tentativo di demonizzare Israele esagerando grottescamente la natura dei suoi comportamenti? Perchè alla fin fine, la demonizzazione dell’uno, porta alla banalizzazione dell’altro. E questo include Meotti, tra l’altro, le cui condivisibili critiche ai detrattori d’Israele per l’equivalenza tra Israele e Nazismo, sarebbero più robuste se non ci fosse quell’imbarazzante titolo inglese per il suo libro, The New Shoah, che evoca paragoni altrettanto discutibili tra lo sterminio nazista e le vittime israeliane del terrorismo palestinese.

Meotti avrebbe dovuto dedicarsi meno a compilare la lista dei ‘cattivi’ e spiegare invece che la loro affermazione d’identità ebraica attraverso la demonizzazione d’Israele offre un alibi agli antisemiti. Chi usa le proprie origini ebraiche per assalire Israele, in definitiva, lo fa per acquisire una visibilità che altrimenti gli sarebbe preclusa, e solo in forza di ciò sdogana opinioni, il cui merito dovrebbe invece prescindere dall’identità religiosa o etnica di chi le formula.
Il fenomeno che Meotti ha il merito di sollevare è quello del successo che l’odio di sé da agli ebrei e a pochi altri. Il loro contributo alla diffusione dell’antisemitismo e dell’antisionismo offre un facile biglietto per la fama a personaggi frustrati dai loro insuccessi e inaciditi dalla poca stima che riscuotono nel loro ambiente. Su questi casi, e non su ogni voce disallineata, è meritevole ragionare.

E qui sta il discrimine: accomunare personaggi come Ilan Pappe, la cui fama è largamente costruita sul suo odio di sé, e Yeshayahu Leibowitz, che all’interno di una vita di coerente amore per Israele e la Torah ha espresso una posizione religiosa insolita rispetto al rischio di idolatria della terra, dimostra una superficialità intellettuale che non fa giustizia alla serietà del problema del ruolo che alcuni intellettuali ebrei giocano nel giustificare e, in alcuni casi persino fomentare l’antisemitismo odierno. Ma il problema esiste a prescindere dal modo in cui lo affronta Meotti. Sarebbe opportuno separare il giudizio di qualità sul suo libro dal giudizio di merito sulle oscenità intellettuali contro il quale Meotti a ragione si scaglia.

Emanuele Ottolenghi, Senior Fellow, Foundation for Defense of Democracies, Washington DC

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